20 settembre 2021

Chi ha vinto il concorso MetiCittà? Ecco i premi e le motivazioni della giuria


La Giuria del concorso Docucity / MetiCittà – composta da Basir Ahang (giornalista e poeta), Alessandra Cecchinato (Ufficio Reti e Cooperazione Culturale del Comune di Milano), Gabriella Kuruvilla (artista, scrittrice e giornalista), Addes Tesfamariam (sociolinguista) e Reda Zine (musicista e regista) –  ha assegnato il riconoscimento di 1.000 € offerto dall’Università degli Studi di Milano al documentario:
Decolonize your eyes – “Decolonizzare la città. Dialoghi Visuali a Padova (Italia, 2020, 37′), di Elisabetta Campagni e Annalisa Frisina , con le seguenti motivazioni:
“Questo cortometraggio riflette la città meticcia di oggi, dove l’intrecciarsi di storie e culture è raccontato attraverso una coscientizzazione critica e consapevole del passato storico e degli sviluppi che rendono una città meticcia tale. Si tratta di un video partecipativo che esamina la decolonizzazione nella sua contemporaneità attraverso un racconto della città che indaga l’intestazione a vie, piazze e luoghi attraverso un progetto di odonomastica collettivo, coinvolgendo la cittadinanza in un percorso di storicizzazione e riappropriazione degli spazi, narrando e rinominandoli con sguardo decoloniale. Le immagini mettono in discussione la visione del mondo del colonizzatore. Lo sguardo di questo documentario affonda e affronta il potere con la creatività e vuole raccontare la storia con protagonisti diversi.”.
Visto il loro particolare valore artistico, sono state attribuite anche delle menzioni speciali ad altri due dei sei documentari finalisti.[1]
La prima a La Napoli di mio padre (Italia, 2020, 20’), di Alessia Bottone, che la Giuria ha definito:
“Un cortometraggio intenso e poetico, ispirato a una storia vera, che in poco meno di venti minuti racconta le mille Napoli, di ieri e di oggi: il capoluogo napoletano diviene simbolo dell’idea di città, e del meticciato che può (o meno) attraversarla e caratterizzarla. Con uno stile d’impronta neorealista la regista alterna immagini di repertorio e girato attuale, e utilizza due voci narranti, quella del padre e della figlia, per scavare nella memoria – che da privata diventa pubblica – e per osservare, allo stesso tempo, il contemporaneo. Riesce così a narrare la migrazione, del passato e del presente, toccando vari temi: dal senso del viaggio – reale o immaginario – alla ricerca della libertà, dall’importanza della condivisione alla paura dell’ignoto e del ‘diverso’, senza dimenticare le origini (e la nostalgia di casa).”.

La seconda menzione è stata assegnata al documentario Una casa sulle nuvole (Italia/Afghanistan, 2019, 79’), della regista Soheila Javaheri, con le seguenti motivazioni:

“Il film affronta i temi dell’asilo politico, della precarietà, della cittadinanza, dell’alterità e del cinema stesso, con una poetica originale e propria della regista Soheila Javaheri e del compagno Razi Mohebi, con cui lavora da molti anni. Grazie a una bellissima direzione della fotografia, ad una scrittura influenzata dalle vicende familiari della coppia, e ad una messa in scena allegorica, entrambi gli autori riescono a esporre il dramma politico che vivono senza cadere nel diktat dell’attualità. I primi due minuti del film dicono moltissimo degli ultimi vent’anni in Afghanistan, mentre i successivi due dicono altrettanto della situazione in Italia. Il risultato è un film documentario ma vicino alla sensibilità della fiction, poiché riesce a giocare con le ombre e con la luce, e a rappresentare la quintessenza della vita quando mostra una semplice scena di un taglio di capelli, e a suggerire ‘lo spleen della casa’ attraverso ampie panoramiche delle montagne afghane e trentine, e infine a comunicare la necessità (e la difficoltà) del fare arte attraverso una battuta che ogni cineasta migrante può capire fino in fondo: ‘Sai che noi abbiamo comprato la telecamera dopo dieci anni che eravamo in Italia e non potevamo permettercela?’. È un messaggio che rivela una forza ostinata, una speranza e una dolcezza immense quello che comunica “Una casa sulle nuvole”, ed è di questo tipo di sguardi universali che abbiamo bisogno per ridimensionare il preoccupante occidentalo-centrismo da cui sono tuttora condizionate le produzioni cinematografiche.”.

[1] Gli altri tre documentari finalisti sono: Contrade ribelli di Mariana Eugenia Califano (Italia, 2021, 18′), La boxe nei quartieri di Mariella Bussolati (Italia, 2018, 60′) e Mappe. Trame di terre senza confini di Angelo Loy (Italia, 2017, 11′).

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